Ciascuno di noi prima o poi nel corso della vita si sarà trovato a confrontarsi con perdite, separazioni e difficoltà che hanno suscitato momenti di tristezza anche molto intensa. In alcuni casi la tristezza è così forte che si accompagna alla sensazione di avere un vuoto incolmabile, si pensa che tutto abbia poco valore e si perde il piacere e l’interesse per sé stessi e gli altri. Una simile reazione emotiva ad eventi e perdite tende a risolversi spontaneamente in tempi più o meno brevi grazie alla cura del tempo e alla capacità di rielaborazione della persona. Alcune volte questo non succede, si fa fatica a reagire e non si riescono a trovare le strategie più adattive per andare avanti, allora lo stato d’animo triste permane e si può cronicizzare in un disturbo depressivo.
L’angoscia e la disperazione molto forti, appaiono come un esasperato meccanismo di difesa che contrasta il cammino della persona. In situazioni come queste, in circostanze di traumi irrisolti, lutti non elaborati, abbandoni, malattie, il sintomo risulta l’unico modo per chiedere aiuto e segnala la necessità di prendersi cura di quell’aspetto di sé legato all’evento irrisolto che altrimenti sarebbe ignorato dalla persona. In questo senso il sintomo assume le vesti di un alleato per la sopravvivenza psichica e mentale dell’uomo, protegge l’individuo e non va semplicemente eliminato, per esempio attraverso psicofarmaci o quant’altro, ma va preso in considerazione ed elaborato opportunamente.
Il sintomo della depressione ha un significato profondo e molto complesso e personale, svolge una funzione all’interno dei rapporti familiari, di coppia o anche amicali. Spesso emerge una forte angoscia di solitudine e i rapporti con gli altri non sembrano mai sufficienti a colmare quel vuoto insaziabile legato invece ad aspetti antichi che vanno oltre il tempo presente. Può essere che le esperienze negative, vissute nel tempo, a volte vengano legate alla costruzione di un’immagine di sé negativa, caratterizzata da vissuti di inadeguatezza e fallimenti personali e si rischia di giudicarsi e di non riconoscersi degni di aiuto. Per questo anche il semplice passo di chiedere aiuto a volte risulta complicato; ma solo grazie al confronto con un professionista la persona ha la possibilità di valutare sé stessa in modo diverso. Una rielaborazione all’interno della mente del terapeuta e una restituzione al paziente di una visione diversa di sè può avere una valenza di cura notevole (per approfondimenti si faccia riferimento alla funzione riflessiva citata da Fonagy). Lo psicoterapeuta si propone pertanto di restituire dignità al paziente depresso in una relazione terapeutica empatica, crea uno spazio condivido affinchè i contenuti emotivi del paziente, legati ad eventi difficili, vengano modificati e restituiti all’altro in modo da apparire più gestibili. La persona pian piano arriva così a scoprire le proprie risorse e ad operare su sé stesso un cambiamento costruttivo.